INTERVISTA
Com’è nata la passione per quello che ora è il tuo lavoro e quando hai capito che avresti voluto fare la Colorista?
Ho sempre amato disegnare e dipingere, ma fino a 10 anni fa non avevo mai trovato il coraggio di buttarmici completamente. Ricordo che, finito il liceo, fui tentata di iscrivermi a Belle Arti invece di un’Università scientifica ma non ebbi il coraggio di fare il test d’ingresso temendo potesse “dirmi” che potevo amare la materia infinitamente, ma non era la mia strada. Dopo 5 anni a Medicina ho capito che, nonostante mi appassionasse, mi rendeva infelice. Ci ho pensato a lungo, ma poi ho mollato tutto e mi sono iscritta alla Scuola Internazionale di Comics di Firenze disegnando giorno e notte per recuperare gli anni persi e non rimpiangere l’aver abbandonato il classico “futuro certo”.
Com’è iniziata la tua carriera? Ricordi quale fu il tuo primo lavoro?
Il mio primo lavoro è stato un indie comic Hawaiano. Chris, il disegnatore/sceneggiatore, aveva messo un annuncio online. Abbiamo fatto più numeri assieme e siamo diventati amici. Qualche volta mi capita di riguardare quelle tavole e vergognarmi molto dei colori terribili.
C’è stato qualcuno che ti ha guidato e spronato?
Alla Scuola Internazionale di Comics ho trovato dei docenti che sono diventate guide e poi cari amici.
Ti è mai capitato di non sentirti all’altezza di un incarico?
Quasi per ogni lavoro ho dei momenti in cui non mi sento all’altezza. Fortunatamente ho elaborato uno stratagemma per superarli e ho anche un piano B, qualora la prima tecnica non bastasse. Il piano A è scrivere un elenco dei fumetti fatti, premi o achievements ottenuti e prendere coraggio. Il piano B è correre dal Pieri (il mio insegnante di acquerello e colorazione digitale alla Comics], disperarmi un po’ e mandargli le cose che sto facendo. Di solito annuisce, mi prende un po’ in giro e poi mi suggerisce un paio di modifichine che, se l’ansia non mi avesse distratta, sarebbero venute naturali.
Quando ti siedi alla scrivania e devi iniziare un nuovo lavoro, c’è un grado di improvvisazione o segui un metodo ben preciso?
Molti coloristi o illustratori iniziano con delle palette ben definite. Io li ammiro molto, ma non ne sono mai stata capace. Di solito faccio uno studio delle luci in bianco, nero e un paio di toni di grigio, poi il colore è tanta improvvisazione. Guardo tantissimo gli altri coloristi e lo stile di disegno delle tavole da affrontare, poi mi capita di partire in un modo e finire con tutt’altro. Le prime tavole di un fumetto mi richiedono sempre un sacco di tempo proprio per questo. Di solito ne faccio 3 o 4 versioni.
Che consigli daresti ai nostri studenti riguardo al futuro in questo mestiere?
Osservare tanto, ascoltare tutti i professionisti di loro gusto e cercare di incastrare tra loro tutti i vari insegnamenti. E colorare tanto, ovviamente.
Quali sono le cose che non possono assolutamente mancare nella tua postazione lavoro e quelle a cui sei più affezionato?
In verità nessuna. La mia postazione conta pc, tavoletta grafica, monitor, accessori e nient’altro di fisso. Però ho sempre a portata di mano gli artbook dei miei cartoni animati preferiti e una serie di fumetti che facilmente uso come ispirazione.
Se ti dovessi descrivere in tre parole, quali useresti?
Sicuramente “tenace”. Poi boh, forse “diversamente attenta” , vale?. Ah, la terza è decisamente “taciturna”.
Un sogno nel cassetto?
Io nel cassetto ho solo calzini. Ok, ok, il mio sogno massimo è andare su Marte, ma se parliamo di sogni fumettistici direi
che è colorare gli X-Men.