DOCENTE PALLONI

LORENZO PALLONI, fumettista, è nato ad Arezzo nel 1987.
È uno dei fondatori dell’Associazione Culturale MAMMAIUTO; in Italia è autore di MOONED (Shockdom 2017); SCARY ALLAN CROW insieme a Dj Aladyn (Edizioni Inkiostro, 2017); FALENE (raccolta, 2018) e disegnatore di UN LUNGO CAMMINO (Shockdom, 2016). Per il mercato francese ha pubblicato i libri THE CORNER, con Andrea Settimo (Rizzoli Lizard, 2016), L’ÎLE (Editions Sarbacane, 2016) e LA LOUVE (Editions Sarbacane, 2017). Ha inoltre partecipato agli antologici “Un ragazzo parte per un viaggio, ferisce qualcuno, non torna più a casa” (Mammaiuto, 2015) e “Escamotage” (Mammaiuto, 2017). Nel 2016 è stato ospite della Maison Des Auteurs di Angoulême e ha vinto il Premio Boscarato come “Miglior Sceneggiatore Italiano” per THE CORNER.
Al momento insegna sceneggiatura e storytelling, ed è al lavoro su nuovi libri di prossima uscita in Francia e in Italia.

 

 

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Davanti a me un tavolo inclinato Ikea che ha tipo mille anni e una finestra polverosa che da sull’incrocio, pennarelli mezzi finiti, tavole mezze iniziate. A destra ho la scrivania di Ravazzani con lo scanner e tutto il suo casino: medicine, fazzoletti, fogli sparsi. A sinistra ho la mia seconda scrivania che fa angolo nello studio: un tavolaccio vecchio e storto con i piedi in metallo, pieno di tagli sulla copertura cerata e ridipinta – con qualche grumo – da mia madre. Sopra c’è un piano con ventilatore per il computer, un mobiletto con separatori in legno di mio padre dove tengo tutti i progetti in divenire, e accanto un porta-documenti in plastica comprato dai cinesi dove tengo le tavole da inchiostrare, una lampada pure lei Ikea e un tovaglietta a righe dove appoggio le tazze piene fino all’orlo di tè caldo. Sotto, nei ripiani che stanno in bilico fra i piedi: raccoglitori pieni di documenti. Partita Iva, rimborsi, fotocopie di scuola, cose così. Poi un casco da moto che non so se e quando userò, fogli A4 con stampato su l’ingombro medio di una tavola e altri raccoglitori con fogliacci bianchi che uso per sketch e storyboard.
I tavoli vengono da casa, li ho portati via da Arezzo quando mi sono trasferito. Fino al 2017, ogni libro che ho fatto l’ho fatto lì, su quei ripiani, in Toscana. Poi ho cominciato a farli a La Spezia. Se è vero che quello che hai intorno influenza ciò che fai, per me è vero il contrario: dove mi metti, sto, e i fumetti li faccio lo stesso, con la stessa urgenza e la stessa concentrazione. Non ci posso fare niente.
Ho trentatré anni, disegno più o meno dalla nascita. O comunque almeno dalla seconda elementare, quando scrissi in un tema “farò la Scuola di Comics di Firenze e diventerò un fumettista”. Ho fatto il classico, poi – incredibile a dirsi – proprio la Scuola di Comics di Firenze, e tutto questo in compagnia degli stessi astucci sdruciti che ora sono impilati sul tavolaccio. Non butto mai niente, proprio come mi hanno insegnato a raccontare: metto da parte tutto, bene e male, è tutta benzina per le storie che mi vengono in mente, per i messaggi che devo condividere. Poco importa se poi queste storie qualcuno le legge, l’importante è che esistano, che ci siano. Questo me l’hanno insegnato Paul Karasik, Matteo Casali, e tutti gli altri docenti che ho incontrato nei tre anni gloriosi alla Comics, che mi hanno dato le misure della professione, che mi hanno portato a conoscere quelli che sarebbero stati i miei futuri compagni di viaggio: ragazzi un po’ più grandi di me, quelli che stavano uscendo da Double Shot, quelli con cui poi ho fondato Mammaiuto.
Mammaiuto è un’associazione culturale che da nove anni pubblica fumetti online gratis, su www.mammaiuto.it, e che mi ha cambiato la vita. Se prima sapevo cosa fare a livello pratico, non sapevo come farlo a livello emotivo: il fumetto è forma e contenuto al tempo stesso, ma soprattutto è l’umanità e l’onestà che ci metti per farli, e l’ho capito con i calci nel culo che i colleghi spezzini, sardi e lombardi mi hanno dato. È venuta fuori MOONED, una serie che ha smosso qualcosa, e mi ha permesso di sperimentare su tempo e spazio e idee bislacche. E poi l’autoproduzione, fondamentale: scatole, viaggi, scatole, altri viaggi, scatole, banchetti, seduto con gli amici in hangover cercando di capire cosa ti dicono i lettori, cercando di rispondere a qualche intervista. Quindi milioni di avventure, con un collettivo che poi è diventata famiglia: premi, contropremi, centinaia di fiere e festival, trasferte, sonnellini veloci in autogrill, feste, feste, feste, e sempre un ritorno a casa con la voglia di fare più libri, più fumetti. Alcuni dei pennarelli che sono sul tavolo inclinato li ho usati per fumetti Mammaiuto fatti anni fa. Non so come fanno a funzionare ancora.
Non so come faccio a funzionare ancora pure io, mi dico guardando il porta-documenti: quante tavole ancora da fare, quante storie, e non ho dubbi che – morte a parte – farò tutto. Non è neanche così faticoso. Cioè, lo è, ma non quanto dovrebbe esserlo svegliarsi ogni mattina alle 7 e andare a letto a mezzanotte senza fare altro che lavorare, o quasi. Più fumetti faccio, più mi carico di voglia di farli. Mi sembra di imbrogliare, come se fossi un pesce nell’acqua giusta. E ora quest’acqua è uno laboratorio di disperati che dovrebbero salvare il fumetto italiano e non sanno salvare se stessi. Vite incasinatissime, ma incredibilmente lucide ed efficaci se si dedicano al fumetto. Lo Studio Traccia si trova ad un incrocio pazzo di una città di mare che di marittimo non ha niente, nemmeno l’odore, ma tanto chi lo vede il mare? Troppo lavoro lo stesso, anche se adesso passo più tempo in città. Spezia ho cominciato a viverla grazie al Covid. Nonostante abitassi qui da tre anni, quei tre anni li ho passati in giro, fra Italia e Francia. In Francia perché ho l’altra parte della mia carriera: il mercato francese è immensamente più solido e meglio pagante di quello italiano. Ma in Italia ho altre presentazioni, altri incontri, altri impegni: mi escono un sacco di libri, e soprattutto insegno in due scuole, adesso. Sceneggiatura e storytelling alla Scuola di Comics di Firenze e il secondo anno di sceneggiatura alla Scuola di Comics di Reggio Emilia. Quando ero bambino odiavo la scuola e suoi meccanismi ricattatori e obbligatori. Poi non sei più studente, passi dall’altra parte, e hai un’altra percezione: quello che fai lo fai per i ragazzi, e perché lo facciano al meglio possibile e che siano parte del futuro di questo settore. Parlerei del mio lavoro per sempre. È incredibile spiegare lo storytelling e vedere le rotelle che scattano nella testa dei ragazzi ogni volta che capiscono un concetto. Ho cominciato presto a insegnare: a ventidue anni andavo nei licei a spiegare fumetti e antirazzismo, cosa che mi sono sempre portato dietro nelle storie che racconto. 
È scientifico: ogni cosa te la porti dietro. Anche la scienza stessa. Infatti, sopra il tavolaccio, appesa, una lavagna di sughero. Infatti, ci sono infilzate un po’ di cose, fra cui il volantino di ESTRELLA, una storia per il progetto ErcComics che mi ha portato in Spagna, all’Istituto de Ciencia de Madrid, diversi metri sotto terra, a guardare con gli occhi di questa faccia una macchina di dieci metri che riproduce le condizioni di una stella morente. E non facevo che pensare “qui mi ci hanno portato i fumetti, qui mi ci hanno portato i fumetti, qui mi ci hanno portato i fumetti”. Mi hanno portato anche in America, l’ultimo viaggio prima del Lockdown, a febbraio: un viaggio che è stato intensissimo, impressionante, che volevo fare da una vita e che ho condiviso con il fratellino Guarnaccia, il più giovane dei Mammaiuto. Tanto dai, tanto ti torna indietro. È un po’ mistico, ma funziona davvero. Infatti non penso di aver finito di viaggiare, ora siamo in pausa pandemia, ma sono già curioso: non immagino quale sarà il prossimo luogo dove i fumetti mi trascineranno.
Mi hanno trascinato anche dove sono adesso, i fumetti, all’incrocio di due scrivanie all’angolo dello Studio Traccia di La Spezia – che divido con Alessio Ravazzani, Francesco Rossi e Samuel Daveti. Mi ci hanno portato i fumetti, non scherzo. Quando hanno chiamato, li ho seguiti. E ora sono qui a guardare l’ultima tavola mezza inchiostrata e penso che devo finirne almeno un’altra prima di buttarmi a letto, per non pensare “non ho fatto abbastanza nemmeno oggi”. Prendo uno dei pennarelli sul tavolo Ikea e mi rimetto al lavoro: vediamo se stavolta finisce.
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