Gabriele Fantuzzi

Si occupa di comunicazione visiva dalla metà degli anni ’90, come direttore artistico di club (Red’ko e Maffia), di iniziative editoriali (Clubspotting e la collana MondoFragile) e di etichette discografiche. Co-fondatore di Delicatessen Studio, dal 1998 ha realizzato campagne di comunicazione per alcune tra le realtà italiane più interessanti in campo editoriale, culturale e pubblicitario. Nel 2008 contribuisce a creare il corso triennale di Progettazione Grafica e Comunicazione Visiva della Scuola di cui è coordinatore e docente.

 

 

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Com’è nata la passione per quello che ora è il tuo lavoro e quando hai capito che avresti voluto fare il  grafico pubblicitario?

Attraverso la lettura di una rivista, La Dolce Vita, che mischiava per la prima volta fumetto, arti visive, moda, teatro e musica. Il formato e la sua vesta grafica mi colpirono tanto da farmi sognare di diventare un graphic designer.

 

Com’è iniziata la tua carriera? Ricordi quale fu il tuo primo lavoro?

Nel 1990 con le attività dell’associazione culturale Kom-Fut Manifesto e poi con la nascita del Laboratorio di fumetti Il Signor Spartaco dedicato a Lorenzo Mattotti e la direzione artistica della sua rivista Arena.

 

C’è stato qualcuno che ti ha guidato e spronato?

Stefano Ricci, il mio primo insegnante del laboratorio di fumetto che frequentai insieme a Giuseppe Camuncoli e Matteo Casali, poi fondatori della nostra scuola! È stato lui a consentirmi di curare la grafica del catalogo del corso e da quell’esperienza ho acquisito fiducia e passione per tuffarmi in questa professione.

 

Ti è mai capitato di non sentirti all’altezza di un incarico?

Sì, all’inizio dell’avventura del Maffia Club quando mi trovai a essere nello stesso tempo socio fondatore, gestore del locale e direttore artistico. Ma poi grazie al lavoro di team si rivelò un’avventura esaltante che mi ha dato parecchie soddisfazioni.

 

Quando ti siedi alla scrivania e devi iniziare un nuovo lavoro, c’ è un grado di improvvisazione o segui un metodo ben preciso?

Un metodo che si traduce in un lavoro di ricerca e di analisi, che precede sempre la formulazione del concept, il quale può nascere da un mix tra intuizione, background culturale e confronto con gli altri.

 

Che consigli daresti ai nostri studenti riguardo al futuro in questo mestiere?

Di saper essere poliedrici e sempre aperti alla conoscenza, sia del design che degli strumenti per progettare.

 

Quali sono le cose che non possono assolutamente mancare nella tua postazione lavoro e quelle a cui sei più affezionato?

La scimmietta Zizì di Bruno Munari e il Mac.

 

Se ti dovessi descrivere in tre parole, quali useresti?

Curioso, paziente, testardo.

 

Un sogno nel cassetto?
Trasmettere la passione del design grafico attraverso la realizzazione di una mostra sui designer italiani degli anni ’50 e ’60.

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