15 Novembre 2023

Intervista a Valerio Chiola

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Intervista a Valerio Chiola

 

Diamo voce ai nostri docenti!

 

I docenti della Scuola Internazionale di Comics di Reggio Emilia non sono solo dei professionisti del settore, ma dei veri e propri navigatori del mondo della creatività. Che si tratti di fumetto, animazione, sceneggiatura, illustrazione o web design, ogni corso mette a disposizione degli studenti una serie di esperti in grado di aiutarli a dare voce alla loro creatività. Come Valerio Chiola, insegnante del Corso di Disegno Base e fumettista. Collabora con editori nazionali e internazionali come DC Comics (Scooby-Doo), OniPress (Eighth Grade Witch), Edizioni Erickson, Round Robin Editrice (Bulloni) e Gallucci Editore (Non è colpa della cicogna, La favolosa favola della fatina Scemarella, La famiglia Transylvania).

 

  1. Ciao Valerio! Raccontaci qualcosa del tuo percorso artistico. Dove hai studiato e cosa ti ha spinto a diventare fumettista? Era un tuo sogno da sempre?

 

Ciao a tutti voi. Ho sognato di diventare un disegnatore all’età di 10 anni. Leggevo manga e con One Piece è scoccata la scintilla! Ho desiderato disegnare mondi, storie e personaggi che potessero far emozionare e appassionare i lettori, proprio come accadeva a me quando leggevo l’opera di Oda. Ho iniziato a comprare manuali di disegno e a riempire quaderni di personaggi inventati o copiati da fumetti e cartoni animati. Terminato il liceo scientifico mi iscrissi subito alla Scuola Internazionale di Comics di Roma, indirizzo fumetto!

 

  1. Quali sono state le tue principali influenze autoriali? C’è un titolo a cui sei particolarmente legato?

 

Sicuramente Oda è l’autore a cui sono più legato perché con One Piece mi ha accompagnato nel mio percorso da quando avevo 10 anni e scarabocchiavo fogli, fino ad ora che ne ho 35 e scarabocchio tavolette grafiche. Nel corso degli anni poi i riferimenti artistici sono cambiati spesso. Sicuramente sono state influenze importanti tutti i disegnatori che ho incontrato (Pontrelli, Tenuta, Rossi, Mantovani, Messina, Dell’Otto, Simeone, Dell’Edera, Fuso, Lecce, Pucci e tanti tanti altri) i quali con i loro consigli, correzioni e incoraggiamenti mi hanno reso il professionista che sono oggi. Al momento quando faccio fumetti prendo come riferimenti Alex Toth e Chris Samnee mentre quando lavoro su illustrazioni per bambini guardo molto i designer dell’animazione Disney/Pixar.

 

  1. Per DC Comics hai lavorato a Scooby-Doo, un personaggio che, nel corso del tempo, ha attraversato tanti cambiamenti e gestioni diverse. Come vedi oggi la serie rispetto a 50 anni fa?

 

Mi reputo abbastanza ignorante sulla storia editoriale e di animazione di Scooby Doo, semplicemente lo guardavo da bambino e mi piaceva molto. È un personaggio iconico conosciuto da tutti anche se non più di tendenza. Credo che il pubblico dei bambini al momento prediliga i protagonisti dell’animazione giapponese ma Scooby è e rimane un cult apprezzato da tutti! Negli ultimi anni ho visto che sono stati fatti vari tentativi di rinnovare i personaggi, c’è stato anche un tentativo con un design in stile Griffin e da poco è stata lanciata la nuova serie su Velma. Ma a me sembra che niente smuova il pubblico come il design originale, che è quello che ancora resta nella serie a fumetti su cui lavoro io. A me personalmente è piaciuto molto il film “Scooby!” che purtroppo è uscito in piena pandemia ed è passato un po’ in sordina. Peccato!

 

  1. Cosa ricordi del tuo debutto nel mondo dei fumetti?

 

Ricordo che ci misi molto per debuttare e fu un periodo frustrante. Nel 2011 conclusi il terzo anno alla Comics dopo di che provai a inviare il mio materiale agli editori, con tentativi molto goffi tra tavole di dubbia qualità e proposte di graphic novel molto acerbe. Purtroppo non si smuoveva nulla. Fui molto sconfortato, anche se i vari professionisti con cui ero in contatto mi incoraggiavano sempre a riprovare. Ero pronto a mollare questo mio sogno quando poi, nel 2014, un’amica (Claudia Giuliani ora bravissima disegnatrice e colorista) mi fece sapere che una piccola casa editrice, la Round Robin, stava cercando disegnatori per i suoi fumetti d’inchiesta. Ho fatto delle prove e sono stato scelto per realizzare il fumetto Trattate male, un graphic novel sulla tratta di donne. Fu faticoso, duro ed emozionante ma il 6 dicembre di quell’anno, in concomitanza con il Più Libri Più Liberi di Roma, ebbi la mia prima pubblicazione!

 

  1. Quando sei a caccia di ispirazione, come risolvi questa caccia? Dove trovi gli stimoli di solito?

 

In genere torno dai miei disegnatori di riferimento, sfoglio fumetti, vedo film oppure inizio a cercare su Instagram e Pinterest immagini che mi diano ispirazione e stimoli.

 

  1. Oltre a una profonda conoscenza del medium, quanto è importante per un disegnatore di fumetti avere una cultura artistica generale che abbraccia, per esempio, il cinema, la pittura e la musica?

 

Nella mia esperienza ho notato che spesso i disegnatori sanno tantissime cose, perché per disegnare qualcosa prima bisogna conoscerla. Direi che avere non solo una buona cultura artistica ma proprio una buona cultura generale dia una marcia in più.  Specialmente se si disegnano storie ambientate in un determinato periodo storico. Quindi si diventa archeologi o stilisti per elaborare architetture e costumi. Poi sicuramente cinema e fumetto danno spunti per la regia delle inquadrature. La pittura e l’illustrazione più classica aiutano nello studio del colore e della composizione. Io personalmente riprendo un po’ della mia esperienza passata nel teatro fatto da ragazzo per disegnare dei personaggi che abbiano volti e pose sempre espressive.

 

  1. Un’ultima domanda. Stanno iniziando a comparire sugli scaffali delle librerie, i primi fumetti realizzati con AI. Cosa ne pensi di questo fenomeno? Ti spaventa o lo vedi come un’opportunità?

 

Personalmente è una cosa che mi fa rabbia. Sicuramente bisogna avere un po’ di competenze e di gusto per fare cose con l’AI, ma si resta comunque dei tecnici e non degli artisti. Spero che restino dei fenomeni sperimentali. O che l’AI magari diventi un supporto di qualche tipo per un artista, ma che non arrivi a sostituirlo, né tantomeno che l’artista arrivi ad abusarne, altrimenti «che artista è?». Ma ho il timore che se i costi di realizzazione di un lavoro fatto con questa tecnologia saranno molto bassi, l’industria pian piano tenderà a usarla sempre di più, come per esempio ha fatto Marvel per la sigla della serie di Secret Invasion. Il pubblico in quel caso fortunatamente non ha gradito. Io spero che sia solo una moda momentanea e che l’artista con il suo gusto, il suo vissuto, la sua esperienza, il suo talento ma anche i suoi difetti resti sempre il centro insostituibile della produzione letteraria, fumettistica e cinematografica.

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